Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

venerdì 17 novembre 2017

Punto 7 - Writing Challenge.

Era pronto da un po', quindi vi lascio già il punto 7 della Challenge.
La consegna era
"Carta bianca": scrivi le prime 15 cose che ti vengono in mente.

  1. Carta bianca mette il panico.
  2. Ho bisogno di una traccia per scrivere qualunque cosa perché altrimenti ne escono cose a caso e finisco per andare fuori tema (sì, proprio perché non ho un tema).
  3. Ultimamente scrivo così poco al computer che ogni tanto ho bisogno di guardare la tastiera e la trovo una cosa strana.
  4. Non so se è questo che si intendeva con 15 cose ma va beh, ci provo.
  5. Vorrei sapere perché il correttore automatico modifica "Va bhe" in "Va beh" quando in realtà credo nessuna delle due sia esatta.
  6. Vorrei saper descrivere paesaggi gotici come Zafon ma non ho idea di come faccia e lo amo e lo ammiro molto ma lo invidio ancora di più.
  7. I miei personaggi maschili hanno qualcosa che non va, ma non credo che abbia senso dato che in teoria uomini e donne non dovrebbero pensare in modo così diverso. O forse sì?
  8. L'ultimo punto mi ha fatto pensare che probabilmente anche i miei personaggi femminili hanno qualcosa che non va, solo che non me ne accorgo.
  9. Non sono neanche a metà della Challenge ancora e mi sento in colpa, perché vorrei dedicare più tempo alla scrittura ma sono sempre stanca e non ho voglia di vedere al computer e al momento non posso neanche usare internet e quindi I can't ma non è giusto.
  10. Sono piuttosto certa che nell'ultima frase ci siano quanti più errori sintattici possibili ma se perdo il ritmo ora e mi fermo per correggerla non credo di riuscire ad andare avanti riprendendo.
  11. Vorrei saper fare foto fighe ma probabilmente non riesco neanche a tenere bene in mano la fotocamera perché anche foto che dovrebbero essere belle scattate da me non lo sono.
  12. O forse non ho semplicemente senso estetico e quindi sono negata in qualunque cosa ne richieda.
  13. Infatti mi vesto a caso e non mi so truccare e tingo i capelli solo perché mi piacciono i colori il che probabilmente non ha senso.
  14. Vuoto. Il vuoto vale come pensiero? Forse no, ma lo lascio lo stesso.
  15. È l'ultimo punto. Non è una cosa sensata da scrivere ma nel complesso non credo di aver scritto nulla di sensato, quindi la lascio qua.
(Sì, quando l'ho scritto ero senza internet e ne sentivo tanto tanto tanto tanto la mancanza.)

giovedì 16 novembre 2017

Punto 6 - Writing Challenge.

Buonasera meraviglie!
Dopo mesi ho qua il punto 6 della Writing Challenge. Avevo preparato una prima stesura un po' di tempo fa, ma non andava bene e quindi ho aspettato che mi cadesse dal cielo l'ispirazione. Non è successo, ma diciamo che ho avuto un piccolo suggerimento dall'esterno di cui vi parlerò alla fine del post. Per ora vi ricordo che la richiesta era
Scrivi di un personaggio che soffre di dislessia.

-Sembra un ragazzo intelligente, ma non si applica.
Ho smesso di cercare di difendermi. Ho smesso di dire che ci provo, ma non è abbastanza. Che qualche volta riesco a leggere e sembra andare bene, ma qualche volta le lettere si rivoltano, cambiano, diventano altro e non riesco. Diventano delle sconosciute che dovrei essere capace di leggere perché le studio da una vita, ma invece sembrano diventate altre, mi prendono in giro. Voglio solo finire questi due anni di scuola e non dover più vedere un libro.
Ascolto un audiolibro mentre sono in pullman, è l'unico tipo di libro che posso godermi. Certe volte l'unico che riesce a trasmettermi qualcosa, perché quando ti distrai ogni cinque righe non ti godi proprio la storia. Non lo faccio di proposito, ma è più forte di me.
Ho tanti interessi, solo che non posso coltivarli sui libri. È una cosa grave? Non è importante? Qualunque sia la risposta non può condizionarmi più di tanto. Potrebbe buttarmi giù, ma per quello basto io, bastano la scuola e i professori, bastano i miei genitori che si aspettano da me più di quanto possa dare loro, o che forse hanno già smesso da tempo di aspettarsi qualcosa, che fa ancora più male.
La mia amica mi parla da un po' di tempo del suo interesse per le lingue. Giapponese e russo, come se il non riuscire a leggere neanche l'alfabeto latino la metà del tempo non mi faccia abbastanza schifo.
-Dai dai dai, ti faccio almeno vedere qualcosa di giapponese!
-Davvero, non mi interessa.
Ma alla fine cedo, come cedo sempre con lei. Che sia anche solo per farla stare zitta.
Mi mostra qualche simbolo e finisce a farmi imparare i due alfabeti principali, e sono così diversi dal nostro da non disturbarmi più di tanto. Non riesco a fare i collegamenti che fa lei con le nostre lettere, ma collegare i simboli ai suoni sembra più fattibile. In qualche modo mi convince a continuare a studiarlo con lei, e l'accontento più perché sembra farla felice che perché mi interessi.
Dagli alfabeti di base passiamo alla grammatica e intanto lavoriamo sui kanji. Col suo aiuto non è così difficile. Anzi, riesco meglio in questo che nella maggior parte delle materie scolastiche.

Okay, so, capisco che possa sembrare in parte unrelated alla consegna, ma ora vi spiego perché non lo è. Ormai avrete capito tutti che mi interesso alle lingue e alle culture straniere e a qualunque cosa collegata e a volte anche non collegata, ma l'ho ripetuto per i nuovi arrivati. L'altro giorno ho trovato questo post fin troppo breve che chiedeva delucidazioni su come la dislessia influisce sullo studio delle lingue straniere, in particolare quelle orientali, e a quanto pare per coloro che soffrono di dislessia è più semplice leggere e studiare le lingue orientali (cinese e giapponese almeno, non sono sicura delle altre) che quelle con l'alfabeto latino. Non sono però sicura delle ragioni o delle implicazioni di questa cosa, quindi farò ulteriori ricerche (o già trovato un libro da prendere in prestito in biblioteca appena avrò un pomeriggio libero almeno) e se l'argomento vi interessa vi aggiornerò con un altro post.

giovedì 9 novembre 2017

Fregatura.

Buonasera! Siccome non ho l'autocontrollo per farmi le otto ore di sonno che mi servono e neanche quello per scrivere qualcosa senza pubblicarlo, eccovi questa cosina. In fondo al post parlerò di cosa mi ha ispirata a scriverlo. Che, tanto per cambiare, non è niente di carino. Scusatemi, davvero ❤

C'è una fregatura. Lo so che c'è una fregatura, solo che non capisco dov'è. Qual è.
Come quando ero piccolo e i compagni di classe mi chiedevano cose e ridevano alle risposte. Non erano divertenti, non c'era da ridere, ma mi prendevano in giro. Solo che non capivo. Non l'ho mai capito, ancora non lo capisco. Ma so che c'è qualcosa che non va. La gente non ti si avvicina semplicemente così. E quando lo fa non è niente di buono, quando lo fa è una presa in giro.
Rispondo a monosillabi. Magari così se ne va.
Ma lei non se ne va. Sorride, come se non importasse che le sto rendendo la conversazione difficile. Davvero, chi ha voglia di conversare con qualcuno che non ti chiede neanche come stai?
-Quindi non hai altre lezioni dopo questa?- A quanto pare lei. Lei ha voglia di conversare con qualcuno che non le chiede neanche come sta. Deve avere qualche problema. Che detto da me…
Finisce per riuscire a strapparmi anche un paio di sorrisi, e sono piuttosto sicuro di aver messo più di due frasi di fila per almeno tre volte, dando informazioni non richieste. Ma neanche questo sembra importarle. Al contrario, pare acquisire energia ad ogni mio discorso più lungo. Cerco di parlare il meno possibile, ma continua ad incoraggiarmi. Per ogni cosa che mi racconta di sé me ne chiede almeno una su di me. Come se le importasse, come se dovesse importare a chiunque.
Mi sento anche un po' infastidito. Perché non se ne va? Non voglio sembrare maleducato, ma è palese che non abbia voglia di parlare. Non con lei. In generale.
Solo che quando me lo chiede non riesco a dire di no, non riesco a dire che non la sopporto o chiederle di andarsene. Non è gentilezza, non è che mi stia simpatica. È senso comune, educazione, chiamatelo come volete.
-Allora ci vediamo dopo?
Non so come siamo arrivati qua. Non so perché se ne va dicendomi che dobbiamo vederci di nuovo, che dobbiamo passare altro tempo insieme. Pensa che abbia solo bisogno di tempo da solo, e poi le parlerò più volentieri? E poi lascerò andare i monosillabi? Se è così non ha capito nulla. Ma a quanto pare il senso comune o quello che è ha la meglio, perché non glielo dico. In qualche modo sembro anche aver accettato, anzi. Come?
Maledetto senso comune.

Alla fine della lezione sono sul punto di aspettarla fuori dalla classe. Mi manca tanto così, quando la vedo ridere con delle sue amiche.
Mi basta questo. Perché ogni sorriso nasconde qualcosa, ogni sorriso è una presa in giro. Ogni risata è un gioco alle mie spalle, uno scherzo di cui non sono parte. Uno scherzo in cui lo scherzo sono io.
Cammino fuori dall'aula a testa bassa, a passo veloce, prima che si accorga che sono uscito.
In questo momento anche dietro tutti i suoi sorrisi di prima c'è una presa in giro, uno scherzo di cui non sono consapevole. In questo momento in qualunque sorriso e qualunque sguardo c'è uno scherzo in cui lo scherzo sono io, e voglio solo rinchiudermi da qualche parte e non vedere nessuno perché non sono uno scherzo non voglio essere uno scherzo e non posso essere uno scherzo.
Perché l'ho superata, so che non sono tutti così. So che non per tutti è uno scherzo, non per tutti sono una presa in giro.
Continuo a camminare senza guardarmi intorno perché gli sguardi mi dicono che non è vero, e che se sei stato uno scherzo una volta lo sarai per sempre.

Okay, quindi poco fa perdevo tempo sui social (ouch, che sensi di colpa a dirlo) e ho trovato questo post che diceva che "Il ricordo peggiore nell'essere bullizzati è di quelle volte in cui facevano finta di non bullizzarti, ti chiedevano cose e tu pensavi che stessero solo facendo delle domande ma in realtà ridevano di te tutto il tempo e non capivi perché eri piccolo e non arrivavi al perché le persone dovessero essere cattive con te se non avevi fatto niente di sbagliato". Al di sotto c'erano due risposte: "Ho passato buona parte della mia infanzia in uno stato di -è una trappola ma non so come-" e "La cosa mi ha influenzato tanto che quando le persone sono carine con me credo ancora abbiano cattive intenzioni".
Ora, è un'altra di quelle cose che mi sembra quasi stupida da dire, ma non abbastanza da farmi stare zitta. La storia scritta è come sempre solo frutto della mia immaginazione. Volevo tentare di scrivere con una voce narrante maschile (non sono sicura di aver raggiunto l'obiettivo), e ho cominciato dopo aver letto quel post, ma solo a metà mi sono accorta che il protagonista stava semplicemente sentendo dopo tanti anni l'effetto di quel bullismo psicologico subito da bambino. E non dico che gli effetti restino sempre fino a quest'età, ma che può succedere. Di solito si incontrano belle persone, o comunque si cresce e si capisce che non tutti quelli che ti guardano ridono di te, ma non sempre e la cosa fa schifo. Non posso parlare a nome di tutti, quindi per una volta parlerò in prima persona anche se chi mi conosce sa che lo odio e mi fa soffrire parlare di me, di ciò che provo, in un posto così pubblico. Sta di fatto che dopo tanti anni ho ancora momenti in cui mi basta vedere un gruppo di ragazze che ride vicino a me perché il primo pensiero che mi venga in mente sia che ridono di me. Magari non mi guardano neanche, ma nella mia testa ridono di me perché sono l'oggetto di un enorme scherzo che non capisco. E non è frutto del mio egocentrismo, ma di qualcosa capitato tante volte a me e a troppe altre persone. E vorrei aggiungere qualcos'altro ma a questo punto non so davvero cosa, perché dovrebbero essere esperienze che parlano da sole e se non è così ho sbagliato qualcosa, ho sbagliato tutto. Vorrei sperare che con queste nuove generazioni le cose cambino, ma ho paura che invece sarà sempre peggio e che sempre più bambini continueranno a pensare che è una trappola ma non so come, e fa schifo perché nessuno dovrebbe sentirsi uno scherzo, perché sono cose che ti rimangono a vita e non tutti la superano, non tutti vanno avanti, non tutti ci ridono sopra. Non tutti riescono a parlarne anni dopo, perché c'è chi vorrebbe solo seppellire certi ricordi che riaffiorano nei momenti meno opportuni. E mi pare ci sia bisogno di una conclusione più forte per un discorso del genere, una parola che chiuda il tutto con intenzione, ma non mi viene in mente nulla e quindi spero che invece andiate a rileggervi quello che vi ha colpito un po' di più e pensiate al fatto che non è vero che non potete fare nulla a parte non essere cattivi con quelle persone, perché una parola buona può fare tanto. Perché basta essere carini con le altre persone per fare del bene per un momento, ma basta un gesto negativo per segnare una persona a vita. Perché voi lo dimenticherete in fretta, ma quella persona continuerà a pensarci nei momenti più bui e non tutti hanno qualcuno che li aiuti ad illuminarli, mentre tutti sembrano avere qualcuno che li faccia precipitare nel baratro.

martedì 7 novembre 2017

Siamo gli altri.

Ormai ho una certa età (lol) quindi devo ammettere che è dalle 21 che mi sto autoconvincendo ad andare a letto perché mi si stanno chiudendo gli occhi da soli. Non che non mi sarei addormentata anche appena tornata dall'università, ma devo tenermi stretto quel poco di amor proprio che mi rimane. Però ho scritto questa cosina cinque minuti fa (?) e volevo pubblicarla. Spero che non ci siano errori madornali, ma il mio cervello è piuttosto stanco e quindi dovete perdonarci nel caso. Buona lettura e buona serata/notte meraviglie ❤
Convinta che fosse
tutto là fuori.
Convinta che al mondo
fai casino oppure muori.
Convinta che le urla
e tutto quel rumore
fossero in giro
per chi scappa oppure muore.

Convinta che le urla fossero altrui.
Convinta che i problemi li avesse solo lui
dall'altro lato della strada, senza volto e nome.
dall'altro lato della vita, aveva perso il nome.
Convinta che i difetti non fossero reali
ma li ha ingoiati, e amati, e sono amari.
E quella roba vaga, medicina, malattia,
non ha una cura che non sia scappare via
e ciò di cui leggeva, nei giornali, su altri mondi
non ha una cura, qua vicino, se non muri che sfondi
e scappa e scappa e urla ma non la sente nessuno
e ricorda tempo fa quando non sentiva alcuno
perché è tutto lontano,
tutto vago,
un'altra vita.
perché è tutto lontano,
tutto vago,
non più vita.

Ed era convinta che il male fosse da un'altra parte
ora piange e urla perché non c'è più parte.
Tutto un mondo, un Paese, un grande continente
in cui ci si nasconde, si soffre oppur si mente.
Ed è tutto in lei, è questo il peggio, ormai lo sa
che non si sfugge al male e la gente capirà
che urla e sofferenza son là fuori, ma non proprio.
Che urla e sofferenza stanno tutte nell'amor proprio.
E se sentiamo urlare,
sentiamo male,
è colpa nostra.
E se sentiamo urlare,
sentiamo male,
è tutto in mostra.
Tutto ciò che abbiamo dentro, quel casino, non negare,
Tutto ciò che abbiamo dentro, quell'orrore, non puoi amare.
E più cerchi di cancellarlo, eliminarlo, buttarlo via,
più cerchi di farlo fuori e più ti prende e ti butta via.

E tutto quell'orrore di cui diamo colpa agli altri
è roba nostra, quell'orrore, poiché noi siamo gli altri.

venerdì 3 novembre 2017

Delirio.

Il titolo è Delirio perché quella che era partita come cosa ordinata è diventata, effettivamente, un delirio.
Tutto in testa.
Troppo, troppo, troppo,
una serie di urla.
Tutto in testa.
Troppo, troppo, troppo,
una folla che urla.

Parole che si sovrappongono,
nuovi suoni che si compongono
e non capisci cos'è,
non capisci com'è
che vorresti zittirli e mandarli via
ma non ci riesci -è colpa mia-
perché li hai dentro e non capivi, ma lo sai,
sono tutti dentro e di urlare non smetti mai.

Voci voci voci che rimbombano in testa
e forse forse forse preferivi quella mesta
quasi melodia, ma non proprio, cantilena,
che ti sussurravi lavorando di gran lena
cercando un'uscita a quella vita che non volevi
cercando un'uscita che hai ottenuto, la volevi?
E forse forse forse non era meglio
e sei certo certo certo che non fosse meglio
che preferisci le urla, sono troppe, ma son te.
-Preferisco le urla, mi uccidono, son me.-

E sei pazzo pazzo pazzo e l'hai capito
che in testa hai troppo troppo troppo e nessuno spartito
niente che le diriga, quelle voci, le contenga,
niente che le diriga, nessuno a cui fare ammenda.
E per quale peccato non lo sai, non sei sicuro,
ma la colpa ti invade e stai fermo davanti al muro
aspettando un cambiamento ma lo sai
che hai già cambiato, fatto di tutto, non cambi mai.
Perché l'esterno dice tanto, dice troppo, ma anche nulla.
Perché l'esterno dice tanto ma chi sei cade nel nulla.

E le voci voci voci si sovrappongono e stridono
e le voci voci voci là fuori ridono
e avresti detto che ridevano di te, ricordi?
saresti scappato, rabbrividito, ma son ricordi.
Hai aspettato, sei cambiato, ma hai capito
che quel che hai dentro è molto peggio e ammutolito
ti guardi intorno in attesa di qualcosa
ma non sai cos'è, non può arrivare, quel qualcosa.

E pensavi che i mostri, le urla, fossero fuori,
ma le hai dentro, che distruggono e -Dio.- muori.

E pensavi che i mostri, il troppo, fosse tutto intorno a te.
Ma sei morto perché i mostri, il troppo e le urla sono te.

PS: Questo post è il 34esimo di quest'anno! Ho ufficialmente superato il numero di post dell'anno scorso ❤.❤  *fa festa*

lunedì 16 ottobre 2017

Femminismo, e sul perché ne abbiamo bisogno.

Non avrei voluto che questo fosse il mio prossimo post, perché è triste e non ci dovrebbe neanche essere bisogno di scriverlo... Ma, come dico nelle prossime righe, a quanto pare c'è bisogno.
Volevo scrivere qualcosa sul femminismo. Ho acceso subito il computer e mi sono messa qua a scrivere, perché doveva essere qualcosa di corto. Poi mi sono bloccata, e per un attimo ho pensato che non ce ne fosse bisogno. Perché leggo continuamente robe sul femminismo. Tanta gente parla di femminismo. Tante donne, qualche uomo. Ma se bastasse parlarne avremmo risolto il problema. Invece siamo a fine 2017, e non è risolto. Ed è per questo che scrivo.
Perché sono una ragazza che è andata da sola lontana da casa, in una grande città, e non è giusto che i miei debbano stare in ansia quando torno da sola e non è neanche tardi, ma è buio e quindi non si sa mai.  Che debbano stare in ansia a prescindere quando sono in giro, sempre perché non si sa mai. Perché tutti i giorni sul tram c'è qualche ragazza a disagio per un uomo che le sta troppo vicino, che la fissa troppo, e facciamo contatto visivo e ci sorridiamo perché da donne sappiamo cosa vuol dire senza bisogno di parlare, perché ci siamo passate tutte. Perché quando sono tornata stasera non erano neppure le nove ma era già buio e c'era poca gente per strada, e quando ho visto un gruppo di ragazzi dietro di me ho dovuto affrettare il passo perché non si sa mai. Perché quando una donna è da sola in giro cerca istintivamente un'altra donna, non importa che sia una sconosciuta, perché il suo cervello non ha neanche bisogno di elaborare il fatto che ha paura. Perché quando una ragazzina o una signora passano davanti ad un gruppo di uomini devono camminare più veloce e aspettarsi un fischio o una parola di troppo, e come se il disagio non fosse abbastanza non si sa mai cos'altro c'è, non si sa mai se qualcuno andrà oltre la parola di troppo. Perché ci sono ancora donne che vengono bruciate con l'acido, che vengono accoltellate, che vengono uccise o quasi per un no che un uomo non riusciva a sopportare.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo perché nessuna donna si sente al sicuro, e non è giusto.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo perché continuiamo a sentire dei capi che sono tanto amichevoli con le impiegate, e non tutte possono o riescono ad evitare mani troppo amichevoli. Perché le stesse donne non ne sono consapevoli, e c'è qualcuna che dice che chiediamo troppo, che pretendiamo troppo, e che anche se ti urlano qualcosa per strada che pretendi? Le cose vanno così.
Le cose vanno così. Abbiamo bisogno del femminismo proprio perché le cose vanno così, e c'è chi crede che cambiarle non serva a nulla, non importa, o che addirittura non ce ne sia bisogno.
Abbiamo bisogno del femminismo perché quando una ragazza dice che può tranquillamente tornare a casa da sola anche se è sera, negli occhi delle sue amiche si intravede una paura che solo le donne conoscono. Abbiamo bisogno del femminismo perché la solidarietà tra donne non basta, e non dovrebbe esserci bisogno di questo tipo di solidarietà. Non dovrebbe esserci bisogno di quel sorriso di comprensione sull'autobus, o di quel sospiro e "tanto va così" quando si sente di qualche ragazza che non voleva fare qualcosa, ma lui insisteva e anche se non lo ammette aveva paura a dire di no.
Abbiamo bisogno del femminismo perché non dovremmo sentire tutti i giorni la storia dell'ennesima ragazza ferita, mutilata, violata, uccisa perché ha avuto il coraggio di dire no.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo perché c'è ancora chi dice che sarebbe dovuta essere più vestita, non sarebbe dovuta andare in giro a quell'ora, avrà dato dei segnali sbagliati, ma mica non aveva mai fatto sesso, è andata a casa sua, cosa pretendeva… E ce ne sono mille altre che non aggiungo perché tutti voi le avrete sentite almeno una volta.
Abbiamo bisogno del femminismo perché ci sono uomini (e donne) che negano che ce ne sia bisogno. Perché anche l'uomo migliore non sa che vuol dire, non sa l'ansia continua a cui neanche facciamo caso, il fatto che ci guardiamo sempre intorno perché dobbiamo fare attenzione, perché non si sa mai chi hai vicino, perché il pericolo più grande non è che ci rubino la borsa o il portafoglio, ma che ci rubino qualcosa che non si può restituire o riparare. Che ci rubino qualcosa che sembra invisibile ma in realtà è noi stesse. (Edit: spero che tutti capiscano che non sto parlando della verginità o dei danni fisici, perché quelli sono poco rispetto al danno psicologico inflitto a qualcuno, che non se ne va col tempo.)
Abbiamo bisogno del femminismo perché una ragazza dovrebbe poter andare in giro vestita come vuole, come le piace, e non importa che abbia poca stoffa addosso o che abbia un sacco di iuta. Perché dovrebbe potersi sentire bella per sé stessa e non cercare di coprirsi il più possibile, perché a quanto pare un paio di gambe scoperte sono troppe per alcuni appartenenti al genere maschile. Perché dovrebbe poter uscire in tuta e senza trucco senza sentirsi dire che ha bisogno di essere più femminile. Perché dovrebbe poter essere sé stessa, senza sentirsi dire che lo fa per attirare l'attenzione, che lo fa per piacere a qualcuno. Perché se una volta ogni tanto esco truccata non vuol dire che voglio fare colpo su un ragazzo, ma che mi piaccio in quel modo.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo perché c'è ancora chi crede che le femministe odino gli uomini, o vogliano le donne al di sopra degli uomini (NB per gli uomini che affermano tale teoria: state praticamente ammettendo che adesso siete al di sopra. Pensateci prima di parlare), perché pare di non essere evolute affatto dal 1950 e che tutte le battaglie che abbiamo combattuto, vinte o perse, siano state invano.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo, perché nessuno, non importa il sesso o la razza, dovrebbe tornare a casa di corsa e con le mani che tremano.

Abbiamo bisogno del femminismo perché ogni singola donna di vent'anni o meno ha almeno una storia di molestie da raccontare, e chi non piange nel sentirlo è inumano.

sabato 23 settembre 2017

Terrorizzato.

Ho di nuovo internet per un po' e quindi eccovi questa cosina un po' nosense ❤
Terrorizzato da amore e morte,
nient'altro che vita e sorte
e paura di andare avanti,
di correre finché non sbandi.
Bloccato senza via di scampo,
in un mondo fatto con lo stampo
in cui non ti trovi,
non ti muovi,
non ti cerchi nemmeno.
In cui non capisci, e sai ancora meno.

Terrorizzato da infinite possibilità
che non esistono, spariscono, si sa.
Illusioni messe in fila per illuderti
per farti sognare, quasi felice, poi deluderti.
Dirti che ci sono, sei convinto,
le rincorri finché non sei sospinto
in una nuvola di fango ed acqua che ti dicono è la vita,
in una battaglia per vivere, in salita
e in cima il premio, lo vedi sempre più lontano.
Così tanto, che quando sei lì perdi la mano.
Che piuttosto, hai imparato, non hai possibilità
e ti perdi, guardi intorno, scopri che il mondo già lo sa.
Che facevi bene a temere amore e morte,
che facevi bene a scappare dalla sorte,
perché sono un tutt'uno, l'hai scoperto, stai soffrendo.
Amore e morte, sono uno, non hai cuore, stai piangendo.

Terrorizzato da tutto ciò che vedi,
da quella vita che attraverso gli occhi medi
e cerchi di attutirla,
forse di diminuirla,
come se potesse essere di meno, far meno male.
Come se potesse fare altro che tutto quel male.

Terrorizzato da tutto, non sai cosa fare.
Terrorizzato da tutto, da te, puoi solo urlare.

sabato 9 settembre 2017

Casi isolati.

(Sì, se ve lo state chiedendo ultimamente mi piacciono le rime). Sooooo una mia amica che l'ha letta in anteprima dice che leggendola con la mia voce (e di conseguenza, suppongo, con il mio tono facilmente applicabile a molte delle frasi) l'ha fatta ridere (spero in senso positivo, anche se non ho chiesto conferma), quindi nel caso provateci(?). Ovviamente per chi mi conosce e può farlo. Gli altri... provate a leggerla in modo espressivo, magari? Suppongo che il risultato sarebbe lo stesso, anche se non posso assicurarvi nulla. Scusate il papiro, buona lettura meraviglie e buona giornata ❤

Troppo pochi, casi isolati.
Troppo strani, ma in media accettati.
Niente di serio,
niente di vero,
non troppo profondo,
accenno in sottofondo.

Non discusso, rivoltato,
non detto né pensato.
Un'occhiata di sbieco, nulla di che.
Tanto si sa, che sei strana te.
E se la stranezza fosse troppa, qui in me?
E se non fosse così come pensi te?
E se non bastassero quattro parole
per descrivere il peso di un cuore che muore?
E se non bastasse seguire la traccia
e andare avanti, sperare che piaccia.
Se non bastasse neanche essere me stessa
perché in realtà a nessuno piaci come te stessa.

Se non sapessi a cosa stessi pensando,
perché ero convinta di non sapere come (amando?)
di non sapere cosa volesse dire
di non saper fare altro che desiderare di sparire.
E scoprire di saper provare qualcosa,
lascia in dubbio, sbiaditi, dovrei provare cosa?
Pochi casi, isolati, in uno spazio ampissimo.
Pochi casi, isolati, belli perché il mondo è ampissimo.

giovedì 7 settembre 2017

Accettazione.

Con oggi ho tolto i due esami più grossi e quindi sto tornando ad essere una persona quasi normale, o almeno meno nervosa e stanca e rinchiusa in casa sui libri rispetto a questi giorni lol. Spero di riuscire a pubblicare qualcosa, ma per il momento vi lascio questa cosuccia e metto ad autopubblicare (termine che uso spesso ma non sono sicura esista) un'altra poesia un po' più corta, così almeno per questa settimana vado sul sicuro. Buona lettura bellezze ❤❤ 
Ho sempre creduto che fosse
troppo poco. Poche fosse
troppo profonde, ma poche.
Senza riconoscimento, niente note.
Niente accettazione, restavano là.
Niente che me le portasse qua.
Solo poco, o sbagliato.
Diverso? Non ci ho mai pensato.
Ho realizzato tardi: era scontato.
Non lo so davvero
quanto è in testa e quanto sia vero.
Non riesco a capirlo,
se era così e cercassi di tramortirlo.
Cercassi di zittirlo,
non sentirlo.
Non odiarlo, neanche aprirlo.

Non so dov'è sempre stato.
Non so neanche, ora, se c'è o l'ho immaginato.
Non so cosa pensare, cosa provo.
Non so provare, spesso non ci provo.
Credevo fosse semplicemente raro,
troppo difficile, per una come me, niente faro,
niente luce nel buio a illuminare la via,
niente fiducia, solo andare via.
Niente corse forsennate, ingigantiscono il mondo.
Solo lente camminate, per sentir che vado a fondo.

Non so neanche in realtà se ciò che sto descrivendo,
sia qua, in profondità, o un sogno mentre sto dormendo.
Non so neanche se è il contrario di ciò che mi sentivo dire
e sono solo una marionetta che non sa più sentire.
Non so neanche se c'è, se esiste, ho solo dubbi,
ho solo troppi pensieri, niente parole, troppi dubbi.

E se c'è davvero, insomma, cosa importa?
A me forse, pochi altri, ma son sola questa volta.
Questa volta. Quand'è che non siamo soli?
Questa volta. Nella mia testa, siamo sempre soli.

Convinta fossero pochi casi,
non ci sono, dicono, che fasi,
che passano, vanno e poi cosa resta?
Nient'altro che te, una persona che si spezza.
E non importa, non dovrebbe, mi ripeto all'infinito,
non importa e lo nascondo, mi nascondo dietro a un dito
e vorrei coprirmi, sotterrarmi, scomparire,
perché ho qualcosa di sbagliato, ma non riesco a voler morire.
Perché ho qualcosa che non va,
per niente ovvio, non si sa,
e chi crede di capire deve farsi un po' più in là.
E lasciarmi passare,
lasciarmi parlare,
perché voglio solo urlare.
Ma continuo a stare zitta, scrivere è più facile.
Continuo a stare zitta, 'ché capirmi non è facile.
E non porta pace, non porta alcuna calma,
perché non ho pace e in me non esiste calma.

E forse son sbagliata,
forse sono infettata,
forse non capisco e basta
ma mi nascondo in una tasca
nell'attesa di qualcosa, forse di una vita nuova,
nell'attesa di qualcosa, scappo e non so stare buona
'ché lo so, lo ammetto, non attendo risposte,
non ci riesco a stare alle regole vostre
e capire, lasciar che la vita risponda,
e mi lasci con calma naufragare su una sponda.
E piuttosto nuoto, lotto contro una tempesta.
E piuttosto affogo, ma vado giù come me stessa.

mercoledì 23 agosto 2017

M/M 15 Luglio 2017

Buon pomeriggio meraviglie <3 Avevo scritto questa robetta durante il viaggio verso la Calabria, e ora che sono tornata a Milano ho pensato che fosse arrivato il momento di pubblicarla. Non ha né capo né coda, e non avrei voluto più pubblicarla perché mi è passata l'ispirazione per il seguito, ma è comunque qua. Buona lettura!
I due ragazzi sono sul letto, appoggiati alla testiera, il computer che stanno usando per guardare il film sulle gambe del biondo. Non parlano. È una delle cose che apprezzano l'uno dell'altro, questo amore per il silenzio. Il fatto che non ci sia bisogno di riempire il vuoto con parole inutili. Non solo ora, perché stanno guardando il film. Passano spesso ore insieme il cui unico suono sono le loro matite sulla carta.
Ma adesso il silenzio è più profondo, non importano le voci del film. È come se tutto l'edificio fosse immerso nel nulla.
Il ragazzo biondo fa un commento sul film e si gira verso l'altro per sapere cosa ne pensa, ma si accorge che si è addormentato. Non se n'è accorto perché non si è mosso, ha semplicemente chiuso gli occhi ed è slittato nel sonno con la testa appoggiata alla testiera dietro di lui. Il petto si alza e abbassa ad un ritmo regolare. È sorprendentemente in forma per un tipo iscritto all'Accademia delle Belle Arti, ma dopotutto tante cose di lui sono particolari. Non che il biondo l'ammetterebbe mai. Potrebbe al massimo prenderlo in giro per tutte quelle caratteristiche che in realtà trova adorabili. Ma adesso si concede di guardarlo, si concede di fissarlo un po' e portare a memoria ogni dettaglio del suo viso. I capelli sembrerebbero castani, ma in realtà sono ramati, ogni raggio di luce riflette una diversa sfumatura di rossiccio, di rame, che avrebbe bisogno di mille colori per essere catturata sulla carta. Cadono su un volto chiaro dai tratti decisi, alcune ciocche coprono gli occhi, ma lui li conosce bene. Sono incorniciati da ciglia scure e folte da fare invidia. La bocca sembra morbida… Non che l'abbia mai provata, ci ha solo pensato qualche volta. Più di quante sia normale? Non ne è sicuro, non è mai stato bravo con la normalità. Spera di no. Spera, almeno questa volta, di essere normale. Vorrebbe accarezzargli la mascella coperta da un velo di barba scura, ma si trattiene. Non sono cose che gli amici fanno.
Una parte del suo cervello registra il film che sta andando avanti, e si gira di nuovo verso il computer. Vorrebbe spegnerlo, sa bene che non riuscirebbe a concentrarsi nel guardarlo e comunque ormai non ha idea di cosa si sia perso, ma ha paura di svegliarlo. Ha paura che si svegli e se ne vada, mentre lo vuole vicino ancora un altro po'. Solo qualche minuto.
Sente che si muove e ha paura che si sia svegliato. Resta immobile fissando lo schermo del computer senza vederlo, senza sentire le battute dei personaggi, senza capire cosa stia succedendo. Ma poi avverte solo un ginocchio contro la sua gamba, un pugno accanto al suo petto e la testa quasi appoggiata alla sua spalla. Si sporge in avanti di poco, facendo il più attenzione possibile, per chiudere il computer e appoggiarlo per terra, accanto al letto, poi si sdraia di nuovo sulla schiena. Non reggerebbe il trovarsi faccia a faccia con un David addormentato, sa benissimo che lo bacerebbe. E un bacio a tradimento non sarebbe giusto, specialmente il loro primo bacio. Non sapeva perché era tanto sicuro che ci sarebbe stato un primo bacio. Era solo una sensazione. La stessa che gli diceva che sarebbe stato speciale.




Nota: Il nome David è un omaggio al David di Michelangelo… Ho trovato che fosse appropriato, dato che i due frequentano l'Accademia delle Belle Arti.

mercoledì 16 agosto 2017

Cadrà in ginocchio pure lui.

Andare a chiedergli perché,
urlargli contro, è più forte di te,
che gli hai fatto, che gli ha fatto il mondo,
se davvero sceglie tutto perché ci ha mandati a fondo.
Perché non si riesce a risalire,
perché la caduta non sembra finire.
Perché siamo qua quando dovrebbe andare tutto bene
perché non si riesce neanche più a piantare un seme
che non sia una conquista, una piccola illusione,
che appena piantato, lo sappiamo, muore.
Muore di tristezza, rabbia, mancanza pure lui,
muore sapendo che siam senza futuro, anche lui.
E muore come moriamo noi,
nessuno l'annaffia, si aspetta lo facciate voi,
'ché se tutti sperano nell'altro
tanto vale che ci sciogliamo nell'asfalto
con tutta la Terra, la stiamo ricoprendo
e più la ricopriamo e più stiamo morendo
e tutti che parlano parlano e senti le urla
e nessuno che fa qualcosa, senti solo urla.

E chiedergli perché, che abbiamo fatto di male
e urlare cadendo perché abbiam fatto solo male.
Volere una ragione, perché siamo così,
realizzare che possiam'essere solo così
e c'è qualcosa di sbagliato, troppo, un gran casino,
ma chi è che si muove a sistemare 'sto casino?
Chiedere urlando che aveva, se era matto,
se quando ci ha creati, prima di esserci, era fatto,
'ché altrimenti non si spiega, perché rovinare tutto?
Altrimenti non si spiega, perché fare a pezzi tutto.

E urlare come se potesse darci una ragione,
come se fosse lassù ad accogliere chi muore,
a dir parole dolci, consolarli tutti,
invece di ammettere che siamo qua tutti distrutti
e più andiamo avanti più ci stiamo distruggendo
e sappiamo che i nostri figli li avremo combattendo
e anche se non lo diciamo, avremo tutti perso,
saremo tutti a pezzi e anche lui sarà perso.
Là a guardarsi intorno, quaggiù o quassù,
guardarsi intorno e chiedersi che avevi pure tu,
che avevamo tutti, che abbiamo distrutto un mondo
che non doveva essere solo uno sfondo
ad armi e botte e violenza a non finire,
ma la nostra metà, che adesso dovrà finire.

E quando urleremo l'ennesima volta,
-non aspettarti niente, nessuna svolta-
scenderà a urlarci contro anche lui, correndo,
che non era questo a cui pensava, e sta piangendo,
voleva creare un po' d'amore, qualcosa di buono,
e l'abbiamo fatto a pezzi, non si sente alcun suono,
solo rumore, di quello stridente e fastidioso,
solo un urlo ed un asma smanioso.

E quando scenderà piangendo, perché non ne può più,
cadrai in ginocchio, per tutto ciò che hai fatto pure tu.
E quando urlerai perché non ne puoi più,
urlerà anche lui, sarai distrutto pure tu.

E quando avremo finito tutto, e non saprà che fare,
cadrà in ginocchio in mezzo a un mondo che non sa più amare.

lunedì 14 agosto 2017

Shut it down.

Shut it down.
Il cervello,
la testa,
troppi pensieri molesti.
Chiudere tutto.
Spegnerli,
prenderli a pugni
fino a distruggerli
fino a opprimerli del tutto
e perdere anche quella piccola ombra
che permane sempre.

Sembra bello,
semplice.
Impossibile.
Sembra
rilassante,
vivere,
come se fosse possibile.
Spegnerli,
prenderli a pugni
fino a distruggerli
e perderli tutti
e vederli diventare nulla
e vederli rannicchiarsi su sé stessi
e sparire.
Lasciarti
ricominciare a vivere.

Distruggere tutto
nella tua testa
come se non fosse inevitabile
un giorno
e tu non ne fossi terrorizzata.
Come se volessi farlo
un po' per illuderti
di avere una scelta.
Come se distruggerli
fosse una tua scelta.
Come se non fossi
terrorizzata
preoccupata
horrificata
da quelli i cui pensieri sono già
spenti.
Come se non sentissi
che ti manca il respiro solo a pensarci
di pensare nulla.
Come se non ti sentissi morire
al solo pensiero di non pensare.

Voler spegnere tutto
come se il troppo che odi
non ti tenesse in piedi
e non fossi terrorizzata di perderlo.

Voler spegnere tutto
come se riuscissi ad ammettere
che ogni tanto il troppo è
davvero troppo.
Ma non riesci perché lo ami
il troppo
ti tiene in piedi
ti tiene in vita
ti fa reagire
e ti trattiene dal
diventare quell'ameba
che ti spaventa e attira.
Perché cosa c'è di più
spaventoso e attraente
del nulla?
-Ma che nulla è questo?-

Voler spegnere tutto
eliminarlo
ma non riuscire
perché quel troppo è te
e quando urli perché ti sovrasta
una parte di te è completa.
Voler spegnere tutto
eliminarlo
ma morire
al pensiero di riuscirci
e amare il troppo che ti sovrasta
perché è tutto ciò
che è te.
perché è tutto ciò
che sei.

venerdì 11 agosto 2017

Così ben costruita.

Perché ti conosci
e sai come va a finire.
Non ti disperi,
sei troppo orgogliosa per questo.
O almeno lo credi.
In realtà
la tua facciata è così ben costruita
che l'hai dimenticata.

Il viso così controllato
che senti di non avere altro lato
che si mostri, che stia là fuori,
perché quando accade un po' muori,
un po' ti senti a pezzi,
ti fai a pezzi.
Un po' non sei più te, e crolli in pezzi.
Così preciso, delineato,
non qualcosa che può essere amato.
Qualcuno lo apprezza,
sembra che ne sorridi,
ma non si spezza

mercoledì 9 agosto 2017

Solo per poco.

Pensieri allegri che (so che sembra incredibile) non sono portati da questo caldo. Questo è più caldo da fornace che da sole. Caldo da "lasciatemi sciogliere come la strega del *inserire punto cardinale che non ricordo*". Buona giornata <3 
Troppo vicina al sole
e voli e voli,
come se potessi raggiungerlo
e toccarlo
e camminarci e capirlo senza bruciarti.
E voli sbattendo un paio d'ali
che ti sei creata con sudore e lacrime
che possono essere un'armatura solo per poco
che possono essere una protezione,
nascoste sotto il resto,
solo per poco.
E voli così vicina al sole
che sembra a portata di mano.
Sembra bastarti un attimo per sfiorarlo.
Sembra bastarti sporgerti
per averlo tuo.
Sembra.
Sembra possibile,
finché la protezione non crolla
e il lavoro non basta
e non hai come tenerti in volo
e senti di stare per cadere
e che non basta più planare per riposarti un attimo
planare per riprenderti,
senza il coraggio di tornare per terra
e dire che hai fallito
e dire che non ce l'hai fatta
e ammettere che hanno ragione
-hanno tutti ragione-
che certe cose sono troppo
e neanche tu -che credi solo nel troppo-
ce la puoi fare.
E cerchi di planare
-ah, come se fosse una scelta-
-le lacrime evaporano-
ma il vento ti porta sempre più giù
come se avessi stancato anche lui
e non riesca più a sostenerti.
E sbatti le ali ma sono a pezzi anche loro
sono stanche anche loro
parte di te.

E sbattere le ali
e planare
e cercare la giusta corrente
non bastano più
e la frustrazione evapora col calore del sole
e senti di evaporare anche tu
ma sei solo caduto
e nessun mare ti accoglie ad attutire il colpo

e ti sfracelli.
PS: per qualche motivo questa poesia mi ispira e voglio provare a rivisitarla in qualche modo, magari con delle rime o in inglese. Pubblicherò il risultato se è decente.

lunedì 31 luglio 2017

Ci butti tutto.

Ci butti tutto, impegno forza e dedizione,
ci butti tutto, cade anche troppo amore.

Ed è triste quando le parole non bastano
ad urlare, a sfogarsi,
a piangere a a spiegarsi.
Quando non basta scriverle,
scarabocchi sulla carta,
quando non basta urlarle,
serve solo a diventare matta.

Ed è orribile quando l'impegno non basta
a fare, ricevere, ottenere qualcosa,
a furia di impegnarti sembri solo ampollosa
e non bastan notti in bianco di pianti
non basta studiare, basta che la pianti,
basta che la smetti di volere troppo
perché alla fine crolli sotto quel malloppo.
Perché non sempre sei abbastanza, devi ammetterlo,
non sempre riesci a fare tutto, e non puoi ammetterlo.
Finisci col sembrare la Mary della storia
e sei consapevole che nessuno ne avrà memoria
perché la Jane che ammiravi,
l'ideale a cui aspiravi,
non è alla tua portata, ora lo sai.
Non sei tutto, sei te stessa. Capirai?

Ed è terribile quando tutto non basta
a sentirti piena, sentirti soddisfatta,
quando non sai cosa vuoi fare, cosa puoi,
quando non sai chi sei, quello che vuoi.

Ed è il vuoto quando tutto è perso,
perché hai scommesso il mondo, sì, e l'hai perso.